Michele Salazar: Il ritratto

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I lavori di restauro del salone di rappresentanza del palazzo municipale erano giunti a conclusione nel termine stabilito e l'ingegnere capo, che li aveva diretti, lo comunicò al Sindaco con una punta di orgoglio professionale. “Signor Sindaco, domani la ditta appaltatrice ci consegnerà i lavori. Alle 12 è prevista una breve cerimonia per la firma del verbale. Sarà gradita la sua presenza e quella degli assessori. Il salone di rappresentanza adesso è proprio uno splendore. Vedrà con i suoi occhi. Manca solo l'arredamento ma a ciò provvederà l'apposita commissione”. “Grazie, ingegnere. Mi venga a prendere appena tutto sarà pronto. Farò avvisare gli assessori e i capi degli uffici perché siano presenti”.

Il salone di rappresentanza del palazzo municipale era davvero uno splendore, come aveva sentenziato l'ingegnere capo. In cima allo scalone monumentale grandi porte di noce con vetri istoriati immettevano in un ambiente sontuoso di ampie dimensioni dal pavimento in marmo di Carrara lucido e brillante nel quale ci si poteva specchiare. Le pareti erano rivestite di carta da parati riquadrata da artistiche cornici in gesso. Il soffitto a cassettoni, alto e sfarzoso, abbellito da fregi variopinti, opera di artigiani locali, era sostenuto da fusolate colonne di porfido che conferivano all'ambiente un tocco di eleganza e di raffinatezza senza pari. Due grandi lampadari di Murano, pendenti dalle sue travature, diffondevano luce dappertutto, che gli specchi del salone provvedevano a raccogliere e a rifrangere anche negli angoli più remoti. Quel mezzogiorno i lampadari rimasero spenti perché il sole, già alto, si era introdotto prepotente dalle grandi finestre che si aprivano sulla piazza per partecipare, anche lui, alla cerimonia, offrendo in cambio dell'ospitalità una piacevole luminescenza agli arabeschi della carta da parati che impreziosiva l'ambiente. L'ingegnere capo tenne un breve discorso, descrisse gli interventi strutturali eseguiti dall'impresa sotto la sua direzione e illustrò i risultati del restauro, che tutti riconobbero eccellenti. Passò poi la parola al sindaco che ringraziò le maestranze, l'intero ufficio tecnico e l'imprenditore, impegnandosi a provvedere in tempi brevissimi all'arredamento del salone che sarebbe stato aperto al pubblico in occasione della festa, ormai prossima, di San Giorgio, patrono della città. Il sindaco fu di parola. Riunì la commissione sotto la sua presidenza il giorno successivo. I pochi mobili ancora in buono stato e gli antichi arazzi di manifattura borbonica con scene di caccia vennero recuperati. Il quadro che occupava la parete tra le due finestre al centro del salone era rovinato in più parti dall'umidità e avrebbe dovuto subire un lungo restauro prima di riprendere il suo posto. Andava sostituito e spettava quindi alla commissione acquistarne uno di buona fattura, nei limiti della somma stanziata in bilancio per l'arredamento del salone. La commissione decise di rivolgersi a un'artista del luogo, di riconosciuta fama, già docente di figura disegnata nell'Accademia di Belle Arti di Napoli, che viveva a Reggio Calabria, dove si era ritirato dopo la morte della moglie, e andò a visitarlo nel suo atelier. Lo studio del pittore Michele Spagna occupava l'intero piano terreno di una villetta a due elevazioni ubicata nella parte alta della città dalla quale si godeva un'incantevole vista sullo Stretto. Nelle giornate di borea, quando il cielo era sereno e il mare giaceva calmo e piatto, poteva vedersi l'intera costa siciliana illuminata dal sole, dall'Etna maestoso e imponente fino alle case a pelo d'acqua di Messina, protese verso il Tirreno e adagiate sul mare spumoso come un'ammaliante sirena in attesa di aleggiare sulle onde sospinta verso l'opposta riva dagli incantesimi della Fata Morgana. Un giardino di limoni girava tutt'intorno alla casa spandendo nell'aria un dolce profumo di zagara. I quadri, di vario soggetto, che occupavano le pareti dello studio, ne erano impregnati, o almeno così sembrò quel giorno ai visitatori. Il sindaco rimase affascinato da un ritratto di donna che aveva catturato, con un enigmatico sorriso, la sua attenzione a tal punto che non riusciva più a distogliere gli occhi dalla tela, tant'era intensa l'aura che il quadro emanava. Capì subito che era quello l'oggetto che cercava e, dopo avere ottenuto l'assenso degli altri membri della commissione, rese edotto il padrone di casa del motivo della visita. Disse quindi senza giri di parole che il Comune desiderava acquistare quella tela per esporla nel salone di rappresentanza. Il pittore sorrise assai compiaciuto della richiesta; affermò di sentirsene altamente onorato, ma di non poterla accogliere perché quel quadro non era in vendita; per giustificare il rifiuto aggiunse, mentre un velo di malinconia gli attraversava lo sguardo: “è il ritratto di mia moglie, che non c'è più, e non mi è possibile separarmene; sono certo che capirete”. Il sindaco non si dette per vinto. Di quella donna si era come invaghito. I suoi occhi lo avevano incantato. Il suo sorriso lo aveva stregato. Gli era entrata nell'anima con tanta forza da non potersene liberare. Sfoderò quindi tutta la sua arte oratoria per convincere l'artista a recedere dal suo proposito. Gli disse che sua moglie avrebbe ripreso a vivere tra la gente, ammirata per la sua bellezza e ricordata da tutti ancor più che se il ritratto fosse rimasto nello studio del marito. Aggiunse che le porte del palazzo municipale sarebbero state per lui sempre aperte – giorno e notte - ove avesse voluto, in qualsiasi momento, visitare il quadro. Di fronte alle accorate insistenze del sindaco, e degli altri membri della commissione che non mancarono di intervenire in suo aiuto nella perorazione, alla fine il pittore cedette, ma non volle accettare alcun compenso. Avrebbe donato il quadro al Comune con regolare atto notarile. E così fu.

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La festa di San Giorgio, patrono della città, si aprì, alle 10 del mattino del 23 aprile 1908, con la solenne cerimonia di inaugurazione del grande salone di rappresentanza, nel quale il ritratto di Francesca divenne subito il polo di attrazione di tutti gli sguardi e l'oggetto dell'ammirazione senza riserve degli intervenuti. 

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Il Natale era passato da appena due giorni quando Francesca, con lo stesso vestito a fiori, vaporoso e leggero, indossato nel quadro, passeggiava, nel sogno di Michele Spagna, tra i limoni del giardino seguita passo passo dal cane che le saltellava attorno gioioso, abbaiando di tanto in tanto per chiedere ulteriori carezze. Michele la guardava felice attraverso la grande porta-finestra a vetri dello studio e aspettava che venisse a sedersi accanto a lui. Desiderava ardentemente abbracciarla, sentire il profumo della sua pelle, annegare nel suo sorriso, perdersi nei suoi baci, inabissarsi nel suo amore, ma il cane seguitava a giocare con lei e non la lasciava rientrare. Lo sentiva abbaiare sempre più forte, tanto che si svegliò e si rese subito conto che il cane,giù in giardino, stava addirittura latrando, in modo strano e insolito. Si alzò, guardò l'orologio sul comodino, erano quasi le cinque del mattino e il cane non la smetteva di abbaiare; si vestì, indossò il soprabito e il cappello e scese in giardino per rendersi conto di quello strano e insistente ululare del cane che mai in precedenza si era comportato in quel modo. Cadeva una pioggia fitta, leggera e silenziosa sotto un cielo cupo e nerissimo. Il cane era fuori dalla cuccia, immobile sotto l'acqua che continuava ad inzuppargli il mantello, col muso per aria come se stesse puntando qualcosa, forse un uccello notturno appollaiato su un ramo o un gatto arrampicatosi sul muro di cinta, o un ladro che aveva forzato il cancello. Prima che una qualsiasi risposta a questi interrogativi potesse prendere corpo la terra cominciò a tremare con un lungo e interminabile sussulto e a scuotersi in ogni direzione come una barca nel mare in tempesta. Un boato terrificante e innaturale rotolò nell'aria come l'urlo del gigante Polifemo quando era stato accecato da Ulisse. I muri della villetta si aprirono e si abbatterono in pochi secondi sugli alberi del giardino soffocandoli e togliendo per sempre il riparo al canto d'amore dei grilli. Sembrava che un'abile spaccalegna avesse ridotto a spicchi con un solo colpo di accetta un robusto ceppo di rovere. Il rumore era assordante, la terra seguitava a tremare e le case tutte insieme a crollare, la gente urlava e correva terrorizzata senza una meta precisa, la polvere sollevata dai muri sbrecciati avvolgeva cose e persone, non si riusciva a distinguere nulla, le urla aumentavano a dismisura di momento in momento mentre la pioggia continuava a cadere fitta e insistente, senza pietà. Il terremoto si era abbattuto sulle rive dello Stretto con inaudita violenza. Erano le 5,21 e 42 del 28 dicembre 1908 e la città di Reggio Calabria giaceva scomposta e frantumata, dalle colline al mare, come un unico enorme cadavere orrendamente mutilato. Le case erano un mucchio informe di immagini frante dove invano la Fata Morgana avrebbe cercato riflesso il suo volto. Michele non sentì più abbaiare il cane. La zona del giardino dove sorgeva la cuccia era sepolta dalle macerie. La casa era un ammasso di rovine. Qualcosa lo avevo colpito con violenza alla testa e alla spalla e aveva perso i sensi per qualche tempo. Quando si riebbe e si rese conto di essere ancora vivo e incolume, anche se la testa gli faceva male, ripensò al sogno, a Francesca che era in giardino col cane e a quest'ultimo che lo aveva svegliato col suo insistente abbaiare. Come impazzito prese a chiamare a gran voce Francesca immaginando che fosse lì, nel giardino, come l'aveva vista nel sogno, assieme al cane. Pensò per un attimo che potesse trovarsi sotto le macerie ed ebbe l'istinto di mettersi a scavare a mani nude per cercarla, ma una nuova scossa lo riportò alla realtà facendo crollare l'ultima parte del muro di cinta che era rimasta ancora in piedi. Sogno e realtà continuavano a confondersi nella sua testa dolorante e nei suoi pensieri disordinati e sconvolti. Ricordò all'improvviso che sua moglie era morta l'anno precedente; non poteva dunque trovarsi sotto le macerie ancora fumanti della loro casa. Ricordò pure che il suo ritratto era appeso nel salone di rappresentanza del Municipio. La invocò allora disperatamente e come invasato prese a correre verso il palazzo municipale gridando ad ogni passo, in preda al delirio, il nome della sua dolcissima sposa. Il palazzo non era lontano ma raggiungerlo fu tutt'altro che facile. Non c'erano più le strade, le macerie che le avevano ostruite gli impedivano di mantenere qualsiasi direzione avesse scelto; procedeva deviando a destra e a manca come capitava, inciampando ad ogni passo col pericolo di essere travolto da un crollo improvviso o di restare infilzato in un ferro appuntito o di sbattere in una trave sporgente dal terreno, o di calpestare un ferito o un cadavere. A mano a mano che procedeva tra nere pozzanghere, cumuli di pietrame, montagne di detriti, carcasse di animali e lamenti di moribondi, il dolore alla spalla e alla testa si faceva sempre più intenso e lancinante e la vista si annebbiava; la confusione era enorme, la gente correva nuda o malamente coperta, senza ordine e senza meta, gridando i nomi dei figli, dei padri, delle madri, delle mogli, dei mariti, dei fratelli, delle sorelle, degli amici, che si intrecciavano nell'aria per essere subito dispersi dal vento che si rifiutava, insensibile e crudele, di portarli a destinazione, mentre le scosse, incuranti di quella immane tragedia, e sorde alle grida di straziante dolore che inutilmente laceravano gli spazi, continuavano ad abbattersi con incessante violenza sulla città martoriata come le onde impetuose di un mare in tempesta sui confini rocciosi di uno scoglio. Michele raggiunse il municipio che già albeggiava sotto un cielo di piombo. Il palazzo era crollato solo in parte; l'ala in cui si trovava il salone di rappresentanza era intatta, ma lo scalone per accedervi era coperto di macerie. Si arrampicò su di esse, procedendo carponi, come un gatto, scavalcò i calcinacci che ostruivano l'ingresso e, impolverato e lacero, in preda ad un'eccitazione irrefrenabile che gli aveva tolto qualsiasi capacità di ragionare, penetrò nel salone. Gran parte del soffitto era crollata coprendo il pavimento, sul quale era difficile avanzare, ma i muri erano ancora in piedi e il tetto aveva resistito. I grandi finestroni che si affacciavano sulla piazza erano chiusi e il salone era al buio. Michele cercò alla cieca le imposte aiutandosi a tentoni e le aprì, una dopo l'altra, evitando che i frammenti dei vetri lo colpissero. Una luce pallida e smunta, silenziosa e restia, entrò timidamente nel salone che il terremoto, chissà per quale imperscrutabile disegno dell'Onnipotente, aveva risparmiato. Cercò subito con gli occhi il quadro ma non lo vide: si era staccato dalla parete e giaceva a terra capovolto. Ebbe una fitta al cuore, ma prima ancora che potesse chinarsi per sollevarlo si sentì chiamare: “Michele, Michele, ti aspettavo, ero certa che saresti venuto....”. Francesca era lì, davanti a lui, bellissima e radiosa come nel quadro, e lo chiamava, e gli tendeva le braccia, e gli sorrideva piena di felicità. “Francesca, Francesca. .... sei tu, sei tu, amore mio, amore mio,.... il terremoto, hai sentito, il terremoto....”. “Sono io, Michele, sono io”. Si abbracciarono con tutta la forza degli innamorati e avvinti nell'amplesso scoppiarono a piangere di felicità sopraffatti da un'emozione intensissima. “Michele, mi è capitata una cosa assai strana, alla prima scossa di terremoto un'energia fortissima mi ha scaraventato fuori dal quadro, ero qui sola e impaurita quando sei arrivato tu, ti aspettavo, e tu sei venuto, sei venuto a salvarmi, tienimi stretta, non mi lasciare, non mi lasciare !” Non aveva finito di parlare che uno sciame violentissimo di onde sismiche lesionò il soffitto, e il lampadario di cristallo che vi era attaccato precipitò frantumandosi in mille pezzi e spandendosi sul pavimento con un rumore tintinnante simile al crepitìo di una mitragliatrice. Subito dopo altre scosse completarono l'opera di demolizione del tetto che le travature spezzate non riuscirono più a reggere. E fu la fine. Anche il palazzo municipale era diventato un ammasso informe di macerie fumanti quasi che un mostro gigantesco si fosse sadicamente divertito a stritolarlo con mani invisibili come un bambino capriccioso che distrugge per gioco all'improvviso il castello di sabbia appena costruito sulla riva del mare. Quando, il giorno successivo, i marinai russi, armati di badili e di picconi ,rimossero le macerie del salone di rappresentanza del palazzo municipale alla ricerca di eventuali superstiti trovarono un uomo con la testa fracassata abbracciato a un quadro che giaceva sotto il suo corpo. Le braccia dell'uomo erano fortemente serrate nel rigore della morte alla cornice che racchiudeva la tela tant'è che anche dopo che il corpo venne sollevato il quadro continuò a rimanervi attaccato. I marinai adagiarono il corpo su una barella per poter staccare il quadro dalle braccia che lo stringevano. Sulla barella l'abbraccio di quelle due figure era di un realismo impressionante: sembravano vive entrambe a dispetto della inutile vittoria della morte. Il quadro venne in breve fatto sfilare dalle braccia dell'uomo e Francesca si presentò alla vista dei soccorritori in tutta la sua bellezza. La tela era miracolosamente intatta. Michele l'aveva protetta con il suo corpo in un estremo abbraccio d'amore salvandola dalla distruzione nel momento terribile e sublime in cui la vita si misura con la morte nell'eterno duello che definisce la condizione umana. Con quel gesto Michele aveva dato vita per la seconda volta al ritratto della donna amata, donandole - col proprio sacrificio - l'immortalità che è privilegio dell'opera d'arte. E così entrambi avrebbero continuato a vivere in quella tela fino alla consumazione dei secoli. Era questo il messaggio che la bellezza del quadro comunicava agli attoniti marinai dissolvendo d'incanto la cupa atmosfera di morte e distruzione che avvolgeva la città. Il ritratto di Francesca aveva risvegliato la speranza.

Michele Salazar

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